- La regina delle terre sommerse -

scritto da vecchioautore
Scritto Ieri • Pubblicato 2 ore fa • Revisionato 2 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di vecchioautore
Autore del testo vecchioautore
Immagine di vecchioautore
Racconto scritto undici anni fa. Genere: fantasy. L'epopea di Skimè e Kredo, la loro lotta contro i cambiamenti climatici e il progetto di unirsi per risolverli in pace... pare voler indicare la giusta via al nostro mondo malandato. Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - La regina delle terre sommerse -
di vecchioautore

La regina delle terre sommerse

Kredo, immobile sulla mobile linea di confine che divideva le terre ancora fertili dalle striscianti sabbie desertiche, osservava l’astro sorgere sull’orizzonte dell’ultima duna. “Il nulla ha partorito un altro Sole che, come i suoi innumerevoli fratelli, correrà brado nel cielo, prima di andare a morire, precipitando come gli altri dal lato opposto del nulla da cui è sorto… là, alle spalle dei ciclopici bastioni montuosi dove finisce la terra che gli Dei hanno generosamente concesso agli umani”, pensò, disegnando con lo sguardo il diurno percorso della stella.

I nativi della regione racchiusa tra il deserto, che avanzando inesorabilmente da est si mangiava preziosi lembi di terra fertile, e i monti che s’ergevano maestosi ad ovest, erano convinti che l’intero creato fosse una tavola piatta sospesa sul nulla, racchiusa tra il nascere e il morire di ogni quotidiano Sole; e che la volta celeste fosse il giaciglio destinato all’eterno riposo del Dio Babilon (la Luna) e degli spiriti dei defunti (le stelle).
Agli sciamani era demandato il compito di tramandare, avendo essi appreso il verbo dagli stessi Dei, perché il tutto fu creato e come potesse reggersi, immoto, sopra il nulla.
Ad ogni novilunio, lo sciamano riuniva la tribù attorno al grande falò, acceso per riscaldare il giaciglio del Dio e degli spiriti, e in un silenzio irreale, rotto solo dal crepitare delle fiamme, durante il rito narrava, ieratico, dell’inizio del tutto: «Il Dio Babilon regnava dormiente sul nulla silente. Nel suo eterno esistere, sino ad allora due volte soltanto si era svegliato; lo fece per deporre il suo seme, senza verbo pronunciare e colpo ferire, nel ventre della Dea sua compagna, Kalimè; dal loro primo, amorevole sguardo, nacque il Dio Rimbamy, dal secondo la Dea Rimbambà.
Babilon, dopo ogni incontro con Kalimè se ne tornava a dormire nel nulla più profondo; raccomandandole di occupare, con i suoi figli, il nulla più lontano per non disturbare il suo eterno sonno.
«Nel silenzioso nulla, le urla di Kalimè e dei suoi figli lo svegliarono per la terza, ultima e decisiva volta. “Ti avevo raccomandato di tenerli lontano da me! Perché dunque son qui a disturbare il divino sonno!” la redarguì duramente con tono roboante; prima di chiederle, usando un tono da sposo e padre amorevole: “Ora che con il vostro vociare avete interrotto l’eterno dormire, posso dunque sapere il perché di un ‘sì grave disobbedire?”
«Kalimè, prostrandosi davanti al Dio suo sposo, così si espresse: “Perdonami, ma i tuoi figli non sanno come godere del nulla silente; essi vorrebbero qualcuno, qualcosa da vedere, da sfiorare, d’annusare… questo impalpabile nulla, non li soddisfa”.
«Babilon aggrottò la luminosa fronte. “Uhm”, fece, guardando i pargoli che pendevano dalle sue divine labbra; poi, con il gesto della mano destra stese su una piccola porzione del nulla dell’argilla e, lavorandola e lisciandola con entrambe le mani, creò una tavola quadrata; i cui lati misuravano quanto le mie spalle. “Quello che ho appena creato si chiama, Terra. Vi piace?” chiese ai due figli.
«Rimbamby, il più intraprendente dei due, mettendo le mani dentro la creta ancora fresca, esclamò: “E’ troppo liscia!” E spingendola con le mani creò un alto bastione sul lato dove il Sole muore. “E’ troppo dritto e alto!” ribatté prontamente Rimbambà, e mettendo anch’essa le mani dentro l’argilla diede forma a delle basse e tondeggianti dune sul lato opposto, dove il Sole nasce.
«Babilon, annuì soddisfatto. “Molto bene, ora che l’avete disegnata a vostra immagine e somiglianza, prendetela e andate a giocarci lontano da qui!” Non l’avesse mai detto!
«Quel: “a vostra immagine e somiglianza”, scatenò la fantasia dei pargoli. “Manca qualcosa, degli esserini che ci somiglino!” esclamò raggiante Rimbamby, iniziando a pizzicare l’argilla del bastione, facendone delle palline da gettare sopra la tavola; subitamente imitato da Rimbambà che, affiancandolo, ridendo fece altrettanto. Ora il bastione pizzicato dalle dita dei due piccoli Dei aveva assunto la forma seghettata delle alte vette.
«Babilon sorrise divertito. “Ora direi che non manca proprio nulla… prendetelo e andate”, ordinò, indicando il nulla più lontano.
«Rimbamby e Rimbambà, guardarono il loro nuovo gioco, si guardarono in faccia… poi, piansero a dirotto.
«Babilon guardò Kalimè; la quale, scuotendo sconsolata il capo, gli fece presente che: “L’hai creato tu, io non ci ho messo becco, e non saprei come porci mano”.
«Babilon sbuffò. “Osservate e ammirate il prodigio della creazione!” tuonò. Poi, con gesti rapidi delle mani mutò le dune in deserto, il muro seghettato in monti innevati e la parte piana in una verde e lussureggiante valle; infine, soffiando sulle palline d’argilla le mise in movimento, donando loro vita e sembianze umane o animali.
«Osservando lo sguardo stupefatto dei figli, comprese che forse poteva levarseli dai piedi per sempre e tornare al suo eterno sonno. “Ora, perché la vita non si spenga, la dovete alimentare continuamente”, iniziò a spiegare. Poi, dicendo a Kalimè di unire le mani a giumella, creò al loro interno il fuoco eterno; infine, dicendo ai figli di stringere la mano destra fece apparire, serrate nei loro pugni, due torce ancora d’accendere.
«Mentre i figli e Kalimè guardavano straniti le loro mani, Babilon con un gesto secco spostò la tavola d’argilla il più lontano possibile, spiegando loro che: “Ora il destino del creato è nelle vostre mani; tu, Kalimè, starai nel nulla sotto il creato reggendo la fiamma che alimenta la vita… tu, Rimbamby, accenderai il fuoco del primo Sole immergendo la torcia tra le mani di tua madre, dopodiché farai compiere al fuoco, tenendo il braccio ben teso, un intero giro intorno al creato; solo quando il sacro fuoco raggiungerà nuovamente il nulla ti potrai riposare; mentre tua sorella, Rimbambà, compirà i tuoi stessi gesti dando vita al secondo Sole del creato, prima di riposare a sua volta e lasciare a te il gravoso compito di far nascere, crescere e poi morire, il terzo Sole… e così, agendo in sinergia, continuerete per l’eternità! Ora andate, che il creato attende d’essere acceso!” concluse con tono grave, prima d’immergersi nel suo definitivo sonno».
Gli sciamani incaricati di officiare il rito erano sempre due: uno per ogni tribù del creato.
La tribù delle terre fertili, stanziava nella pianura, ed era guidata da Kredo; mentre la tribù delle terre sommerse, governata dalla regina Skimè, dopo la grande frana aveva eletto a propria dimora le abetaie che ricoprivano i fianchi dei monti a precipizio sull’alta valle.

Kredo smosse la sabbia con i piedi. “Nel sorger di dieci Soli, è avanzata di almeno un palmo”, pensò, rammentando le albe trascorse dall’ultima volta che camminò sino al confine delle terre fertili. Poi cercò con lo sguardo un punto più lontano. “Della piramide si vede solo la cuspide”, constatò sconsolato, prima d’incamminarsi, contando i passi, in direzione delle pietre che ancora emergevano dalla sabbia: per un’altezza stimabile in venti centimetri.

Quando Kredo, cinque anni prima, alla morte del padre aveva assunto il ruolo di guida del suo popolo, come erano d’uso fare i capitribù che lo avevano preceduto, impilando delle pietre aveva eretto con le proprie mani, sulla linea dell’allora confine tra il deserto e le terre fertili, il tumulo piramidale alto all’incirca due metri e mezzo; infine, ad opera compiuta aveva declamato con enfasi la formula dell’investitura a guida suprema della sua gente: «Qui inizia il regno che difenderò con ogni mia stilla d’energia dalle sabbie arrembanti!» Un proposito destinato ad essere sepolto, insieme al tumulo e ad acri di terra fertile, nel volgere di poche stagioni.

«Cinquanta passi, uno in più dell’ultima misurazione!» esclamò, piegandosi per toccare la pietra della cuspide. Poi osservò il mare di sabbia e si chiese: «Chissà sotto quale duna è sepolto il tumolo eretto da mio padre? Cinque anni fa ancora si riusciva a intuire… è a cento passi da qui. Sì, ma in quale direzione? Difficile orientarsi in mezzo al deserto».
Kredo volse lentamente lo sguardo all’intorno, poi, calpestando i sui stessi passi, se ne tornò incupito entro i confini delle terre fertili.

Dopo aver attraversato terre lasciate intenzionalmente incolte per l’ormai cronica scarsità d’acqua, s’incammino lungo un sentiero tracciato in mezzo a campi coltivati a mais. «Kredo!» udì chiamare. Volgendo lo sguardo in direzione del sentiero laterale da cui proveniva la voce, vide due uomini reggere con una mano le briglie dei cavalli che trainavano due carri carichi di pannocchie, mentre con ampi gesti dell’altra cercavano di attirare la sua attenzione. Allora, subitamente, fece una digressione e si diresse verso di loro.
«E’ il carico di mais per la regina delle terre sommerse?» chiese loro una volta raggiunti.
«Già! Due carri pieni rasi di pannocchie… più che un baratto, una rapina!» sbottò rabbioso l’uomo che tratteneva le briglie del cavallo attaccato al carro di testa.
«Abbiamo stretto un patto, lo dobbiamo rispettare», replicò in tono pacato Kredo, gettando uno sguardo alle pannocchie dentro il carro.
«E’ lei che non li rispetta i patti, non noi… di acqua ne arriva sempre meno, se continua così saremo costretti a lasciar seccare al Sole le coltivazioni dove l’acqua la dovremmo portare a braccia», si lamentò l’uomo, indicando i campi in fondo al sentiero.
«Devi venire con noi a consegnare il mais… devi trattare direttamente con la regina, non con il suo economo, non si può continuare così!» intervenne l’altro, infervorandosi.
«Fai valere la tua autorità, dimostra di essere un degno capotribù!» rafforzò il concetto il primo.
«Trattare non è difficile, ottenere qualcosa, sì», osservò Kredo, riflettendo ad alta voce.
«Vai da lei e affrontala a muso duro: più acqua o meno mais! Questo le devi dire», fu il consiglio dell’uomo.
«Non è così che funziona. Per avere successo in una trattativa, devi conoscere a fondo chi hai di fronte; e non avendo mai incontrato né visto la regina Skimé, non saprei da dove cominciare… Considerando poi che solo i sui sudditi hanno incrociato il divino sguardo, sarà già tanto se riuscirò a farmi portare al suo cospetto», spiegò Kredo. Poi sospirò e concluse: «Comunque verrò con voi, chiederò d’incontrare la regina e cercherò di strapparle le migliori condizioni possibili… Domani, al sorger del nuovo sole ci metteremo in cammino».
I due uomini, dopo aver ringraziato il loro duce, tirando le briglie dei cavalli misero in movimento i carri; mentre Kredo rimase immobile, e guardandoli allontanarsi rifletté sull’improbo compito che l’attendeva.
Quello che realmente temeva Kredo, non era l’esito infausto della trattativa, ma di non essere nemmeno ammesso al cospetto della regina, assurta al trono lasciato vacante dal padre tre anni prima.

Allo spuntar dell’alba, Kredo, con indosso l’antico simbolo del comando - un mantello di pelle di montone decorato con disegni geometrici di colore rosso - si mise alla testa della piccola carovana. A un suo cenno i due uomini strattonarono le briglie e i carri trascinati dai cavalli iniziarono a muoversi; passando tra i muri di pietra delle basse case lasciarono il villaggio per proseguire sul sentiero carrabile che, in poco più di un giorno, li avrebbe condotti sin oltre i confini del regno.

Alzando il braccio, Kredo fece fermare i carri ad una cinquantina di metri da una costruzione in legno appoggiata al fianco della montagna. «Ecco là l’economo!» esclamò, osservando l’uomo che, fermo davanti all’ingresso del magazzino dove stipare il grano, portava fiero il copricapo del guerriero (fauci e testa d’orso), copricapo che, proseguendo oltre le spalle, terminava in un corto mantello di pelliccia (il tutto era stato ricavato, com’era d’uso tra i guerrieri del regno, cacciando personalmente e successivamente scuoiando un esemplare adulto).
«Passami il mantello!» ordinò allora all’uomo che governava il cavallo attaccato al primo carro.
L’uomo prontamente prese il mantello da sopra il carro, dove l’aveva riposto ripiegandolo con la cura dovuta a un indumento prezioso, quando Kredo, appena fuori dal loro villaggio, glielo aveva affidato; quindi lo svolse e lo posò sulle spalle del suo duce.
Kredo con passo marziale si avvicinò all’economo che lo attendeva immobile. «Com’era nei patti, vengo a consegnare due carri del raccolto stagionale di mais», esordì Kredo, indicandoli.
L’economo allungò lo sguardo. «Falli avanzare, poi scaricali davanti al magazzino!» ordinò, indicando lo spiazzo davanti alla porta.
«Non prima di aver parlato con la regina!» replicò deciso Kredo.
«Non è nei patti… né nell’ordine delle cose», osservò imperturbabile l’economo. «Se hai delle rimostranze, falle a me, m’incaricherò di trasmetterle alla mia sovrana, e quando tornerai con il prossimo carico ti porterò la sua risposta.»
«E’ un percorso troppo lento e complicato… devo parlarle ora, è una questione della massima importanza.»
«No!» esclamò lapidario l’economo.
«No?!» fece Kredo, indicando i carri. «E no che sia! I carri, e noi, non ci muoveremo da qui. Di’ alla tua regina che siamo disposti a morire di fame e sete, ma non avanzeremo né arretreremo di un passo prima di averle parlato... Non potrà esserci futuro per la mia, ma anche per sua gente, se non scenderemo a patti!»
«Stai minacciando una guerra?» gli chiese l’economo. E dopo una grassa risata, aggiunse borioso: «Voi, popolo di zappaterra, osate sfidare noi, gente guerriera adusa ad uccidere belve a mani nude?! Se lo farete, vi schiacceremo come formiche!»
«Se costretti, ci batteremo. Non resteremo a guardare la nostra fertile terra seccare al Sole per mancanza d’acqua senza reagire, stanne certo!»
«E’ con guerrieri di quella guisa, intenderesti imbastire una guerra. Sei certo che ti seguiranno, sapendola persa in partenza?» chiese con sarcasmo l’economo, indicando i due uomini accanto ai carri, leggendo il terrore nei loro occhi.
Kredo volse lo sguardo. “No, non mi seguiranno, se la stanno già facendo sotto… Meglio lasciar perdere”, pensò, vedendo nei loro occhi ciò che aveva letto l’economo.
Stava per dir loro di far avanzare i carri, quando udendo, prima cigolare i cardini della pesante porta e di seguito una voce femminile esclamare: «La regina ti ascolta!» tornò a guardare sorpreso in direzione del magazzino.
L’economo si voltò a sua volta. «Fallo entrare!» ordinò la voce proveniente dall’interno.
«Mah…» ebbe appena il tempo di esclamare lo sconcertato economo prima di essere interrotto.
«Desidero parlare con lui, da sola! Lascialo entrare e aspetta fuori!» ribadì, usando un tono molto più che perentorio, la regina.
«Come desideri», rispose, laconico, l’economo. Poi con un cenno stizzito della mano indicò la porta a Kredo; il quale, sfilando davanti al suo sguardo terreo senza proferire verbo, entrò nel magazzino.

«La regina deve nutrire una fiducia smisurata nel suo economo, se si premura di controllare personalmente il frutto di ogni baratto, nascosta dentro il magazzino», esordì con una punta d’ironia Kredo, rivolgendosi alla figura girata di spalle, coperta da una lunga veste bianca di lino.
«Non mi sto nascondendo. L’economo è al corrente della mia presenza, e sa che appena ve ne sarete andati uscirò per verificare con lui la qualità del mais» replicò in tono pacato, senza voltarsi, la regina.
«Non ho mai voluto crederci, ma ora mi sto chiedendo se fosse vero quello che ascoltai sul tuo conto.»
«Cosa ascoltasti di così terribile su di me: forse che mi nutro di carne viva strappandola a morsi a chi, come te, non si prostra al mio cospetto?» gli chiese con una punta di lugubre sarcasmo.
Kredo scosse il capo, poi rispose a tono: «Questo no! Ma gira voce che hai sembianze così mostruose, che al sol guardarti in volto un uomo potrebbe rimanerci secco!»
Al che, la regina serro i pugni; Kredo se ne accorse e sorrise. “La regina si sta innervosendo”, ebbe appena il tempo di pensare, prima che lei, voltandosi, lo fulminasse con il suo fascinoso sguardo.
«E’ un degno prostrarsi, davanti alla tua eburnea beltà», declamò con enfasi Kredo, inchinandosi.
«Alzati. Come puoi ben vedere con i tuoi occhi, non sono il mostro che vanno narrando», ribatté soddisfatta.
«Lo sei!» esclamò Kredo, lasciandola basita. Ma poi, aggiungendo: «Sei un mostro di femmineo fascino, nessun’altra donna, regina o Dea, può vantare cotanta beltà», riportò il sorriso sul regale sguardo.
Pelle eburnea, labbra carnose, occhi color del cielo, una cascata di capelli color dell’oro che arrivava ben oltre le spalle, fisico snello dalle misure perfette; questa era Skimè, regina delle terre sommerse.
«Non sei certo venuto fin quassù per adularmi!» sbottò l’imbarazzata Skimè, volgendo lo sguardo altrove, sentendosi spogliare dagli gli occhi neri e profondi del suo interlocutore.
Evidentemente il fisico imponente, i capelli nero corvino, come gli occhi, la pelle ambrata e la mascella volitiva, fecero sì che, già di primo acchito osservandolo non vista da dietro la porta del magazzino, nemmeno lei rimanesse insensibile al fascino mediorientale di Kredo.

«Dobbiamo ricontrattare i termini del baratto!» tagliò corto Kredo, giungendo subito al punto.
«Perché mai dovrei accettare di ritoccare, in termini meno favorevoli per il mio popolo, un patto siglato secoli fa?» chiese sconcertata Skimè.
«Proprio perché fu siglato secoli fa, quando le piogge abbondavano e le stagioni si inseguivano.
Né io né i vecchi del villaggio abbiamo ricordo della pioggia… quando cadde l’ultima goccia sulle riarse pianure, il deserto distava giorni di cammino dal villaggio; ora, ci si arriva in poche ore.
E se continuerà ad avanzare al ritmo attuale, entro due generazioni arriverà a lambire le prime case», spiegò, infervorandosi, Kredo.
«Non è modificando il termine del baratto che fermerai il deserto o riporterai le nubi in cielo», fu la più che ovvia obiezione di Skimè.
«Di ciò, sono consapevole. L’unico modo per frenarne l’avanzata, è coltivare le terre riarse al suo limitare; ma per farlo avremmo bisogno di più acqua, mentre voi la tenete imbrigliata, centellinando la quantità da barattare con i prodotti dei nostri campi… così le terre coltivabili arretrano inesorabilmente, e dopo aver pagato con i prodotti della terra la vostra acqua, quello che rimane, a volte non basta a sfamare la mia gente.
«Ora io sono qui, al cospetto della regina delle terre sommerse, per dirle che: abbiamo bisogno di più acqua per le nostre culture e per mantenere invariato i termini del baratto», concluse Kredo, con il tono fermo di chi non è disposto ad arretrare di un solo millimetro.
«Questo è assolutamente fuori discussione! Non aumenterò l’erogazione di acqua neanche se mi pregassi in ginocchio! Anzi, è probabile che in futuro mi troverò costretta a diminuirla ancora», ribatté, altezzosa, Skimè; gelando le attese di Kredo.
«I tuoi modi arroganti non aiutano… Cosa ci guadagni ad assetare la mia gente?»
«Io non voglio assetare nessuno. Sono le circostanze che me lo impongono!» rispose lei, moderando il tono.
«Quali circostanze, puoi essere più chiara?» chiese lo sconcertato Kredo.
«Fai scaricare i carri, poi di’ ai tuoi uomini di tornare al villaggio e d’informare la tua gente che sarai ospite del mio regno per i prossimi tre, quattro giorni», fu la spiazzante risposta di Skimè.
«Tuo ospite… o tuo prigioniero?»
«Ospite. Ti mostrerò il mio regno, in quali condizioni è costretto a vivere il mio popolo e altre cose ancora… E alla fine, capirai perché non mi è possibile concederti ciò che sei venuto a reclamare.»
Kredo rifletté. «Tre, quattro giorni?» chiese poi, dubbioso.
«Tre, quattro giorni al massimo, non uno di più!» confermò Skimè.
«D’accordo!» esclamò d’istinto Kredo, senza stare a pensarci su. Quindi uscì, ordinò agli uomini di svuotare i carri fuori dal magazzino e poi, tornando al villaggio, di spiegare agli altri che lui sarebbe rimasto a trattare con la regina per altri tre, quattro giorni.

Mentre Kredo salutava gli uomini che, dopo aver svuotato i carri, lasciavano lo spiazzo per tornarsene al villaggio; Skimè ordinò all’economo di far venire le donne a sgranare le pannocchie e a immagazzinare il mais.

«Saliamo per di qua!» esclamò Skimè, indicando il sentiero che s’inerpicava sull’antica frana che aveva ostruito il corso del torrente.
«Stiamo camminando su un pezzo di montagna che secoli fa si trovava lassù», proseguì, indicando la vasta ferita priva di vegetazione sul fianco del monte.
«Sino a quando il tuo popolo, per impadronirsi dell’acqua, non pregò la dea Rimbambà di spostarla nel torrente per ostruirne il corso e far inaridire i nostri campi», precisò Kredo.
Skimè si arrestò, sorrise. «Questa è quel che van narrando i tuoi sciamani…» obiettò. Trasse un profondo respiro. «I nostri, raccontano tutt’altra storia», aggiunse, riprendendo a salire il sentiero.
«Conosco ciò che vanno narrando i tuoi sciamani: secondo loro fu il Dio Rimbamby, implorato dal mio popolo, a spostare la montagna nel torrente, in modo che il lago formatosi a monte della frana cancellasse per sempre le terre fertili e le case del tuo popolo», ribatté Kredo, mostrandosi ferrato in materia. Poi, soppesando le due versioni del mito, si chiese: «Ma la verità, sta di qua o di là?»
«La verità sta sempre nel mezzo!» esclamò Skimè, fermandosi sul sentiero a rifiatare prima di affrontare un tratto particolarmente impervio.
«Nel mezzo?»
«Sì, nel mezzo. La verità è una soltanto, e non può essere tirata di qua o di là a nostro piacimento. Non furono i figli, ma la madre a decidere di spostare la montagna.»
«La Dea Kalimè!» esclamò stupefatto Kredo.
«La dea Kalimè!» confermò Skimè. Poi, riprendendo il cammino, completò la sua tesi: «Stanca di vedere i suoi divini figli litigare fra loro, schierando due popoli l’un contro l’altro sulla tavola del creato, decise di spostare la montagna per mostrare ai figli quale fosse il giusto comportamento; fiduciosa che i due popoli avrebbero messo da parte antiche dispute per superare l’immane catastrofe». Sospirò e proseguì: «Neanche gli Dei che ci hanno creato riescono a capirci. Quando i nostri raccolti vennero cancellati dalla piena del torrente, generata dalla frana; il mio popolo chiese aiuto al tuo.
«Chiedemmo il minimo indispensabile per non morire di fame; ma non avendo più nulla da offrire in cambio… nulla ottenemmo! Fu così che da contadini quali eravamo, ci acconciammo a cacciare gli animali nei boschi; mentre l’acqua, tracimando oltre la frana, continuava a irrigare la vostra grassa terra.
«Trascorsero secoli prima che qualche Dio, forse il supremo Babilon, decidesse di mutare il clima del creato. Le piogge si fecero sempre più rare, il caldo sconfinò dentro il freddo e il livello dell’acqua dietro la frana, calando inesorabilmente non riuscì più a tracimare. Allora fu il tuo popolo a chiedere il nostro aiuto. E fu un momento unico: due popoli che insieme scavarono nella frana per creare una grande chiusa che potesse governare il flusso dell’acqua. Ma quando la ciclopica opera fu finalmente conclusa… il mio popolo si rammentò dell’affronto: dell’aiuto negato in un’altra epoca. Allora impugnò le armi che aveva imparato a costruire e usare cacciando le belve nei boschi e spinse il tuo popolo fuori dalla nostra terra. Poi chiuse le cateratte, tenendo per sé l’acqua: unica merce di scambio in nostro possesso».
«Ma il precario equilibrio raggiunto dopo anni di lotte, non sembra ancora soddisfare gli Dei», concluse con un sospiro Skimè, giunta nel frattempo in cima alla frana.
«Ne sei certa?» chiese Kredo, impegnato a percorre gli ultimi metri della salita.
«Guarda tu stesso!» esclamò Skimè, indicando il bacino ormai ridotto a poco più di una pozzanghera.
Kredo guardò oltre la frana. «Uno stagno!» esclamò sconvolto. «Mi aspettavo di vedere ben altro, giungendo quassù. Gli sciamani narrano ancora di un immenso lago le cui acque bastano a dissetare, non due, ma mille tribù; a rendere fertile l’intero deserto e poi cascare fragorosamente dentro il nulla dove nascono i Soli.»
«Come puoi vedere con i tuoi occhi, l’acqua a fatica riesce a superare il bordo inferiore della grande chiusa. E quella che ne esce, non ha più forza e si disperde ancor prima di raggiungere il deserto. Comprendi ora perché siamo costretti a centellinarne il consumo?» spiegò e chiese Skimè.
«Comprendo», si limitò a rispondere Kredo, guardando scioccato il fondo del lago.
Skimè indicò un punto. «Quello che ora vedi coperto da poca limpida acqua, fu terra fertile che, partendo dalla frana, arrivava sino là in fondo, dove le antiche mura del villaggio sono tornate ad affiorare.»
«C’è speranza che la tendenza s’inverta e il lago torni a colmarsi?»
«Non spetta me rispondere alla tua legittima domanda.»
«E a chi spetta rendermi edotto su ciò che attende tutti noi?»
«Prova a interrogare Mezzoracolo, forse lui potrà soddisfare la tua fame di conoscenza.»
«Mezzoracolo,» mormorò Kredo, aggrottando la fronte con fare pensoso. Durò qualche attimo la ricerca del soggetto rovistando nei cassetti dei ricordi, poi scosse il capo sconfortato. «No, non lo conosco.» E allora le chiese: «E chi sarebbe costui?»
Skimè indicò gli abeti che risalivano il fianco della montagna alla loro destra. «Andiamo, ti condurrò da lui», rispose prima d’incamminarsi.
Kredo annuì e la seguì in silenzio, cercando di capire di fronte a quale strano soggetto l’avrebbe condotto, la regina delle terre sommerse.

«Stupefacente!» esclamò Kredo, alzando lo sguardo e sgranando gli occhi. «Il narrato di chi l’ha visto con i propri occhi, non rende giustizia a questa meraviglia; la realtà supera di gran lunga l’immaginario che mi ero creato, ascoltando descrive il villaggio sospeso del regno sommerso.»
«Quando il diluvio sommerse il villaggio nella valle, il mio popolo trovò riparo nei boschi», spiegò Skimè, indicando le case di legno costruite, a circa dieci metri d’altezza, tra i rami degli abeti e unite tra loro da un reticolo di ponti tibetani. «La foresta, allora come ora, era infestata da branchi di lupi affamati; fu così che, per porsi al sicuro, un uomo d’ingegno costruì la prima casa sugli alberi, imitato ben presto dal resto della tribù; infine, trovando troppo faticoso scendere e salire ogni volta dagli alberi per raggiungere la dimora del vicino, collegarono tra di loro, tramite un reticolo di ponti sospesi, le case del villaggio.»
«Geniale!”, esclamò meravigliato Kredo, continuando a guardare il reticolo di ponti e case gravante sopra di lui.

Due uomini nerboruti, posizionati accanto a una specie di montacarichi di legno, si prostrarono nel saluto regale. «Issate la regina e il suo ospite nella dimora di Mezzoracolo!» ordinò con tono perentorio Skimè.
I due si precipitarono alle funi e, quando Skimè e Kredo si furono accomodati sul montacarichi, tirando con forza iniziarono ad issare.
Il montacarichi si arrestò davanti all’ingresso di una casupola tra le fronde. «Andiamo», disse Skimè, appoggiando un piede sul pianerottolo. «Entriamo», aggiunse quando Kredo la raggiunse.
«Mezzoracolo, il condottiero della tribù delle terre fertili è venuto sin quassù per interrogarti», disse Skimè, rivolgendosi a un uomo minuto dalla lunga barba bianca seduto sull’assito nell’angolo piò oscuro della casupola.
«Che l’interrogante si faccia avanti!» ordinò con voce stanca il vecchio.
Kredo fece un passo in avanti, tenendo lo sguardo puntato sugli arti inferiori dell’uomo: due moncherini coperti da bendaggi di cuoio.
«Che c’è, è la prima volta che osservi una mutilazione?» chiese il vecchio, battendo le nocche sulle ginocchia coperte dai bendaggi.
«No… no… scusa», balbettò Kredo, alzando lo sguardo.
«E di cosa ti dovrei scusare? Mica sei stato tu a mangiarti le mie gambe», replicò con sarcasmo il vecchio. Aggiungendo ruvidamente: «Lascia perdere va’! Dimmi cosa vuoi sapere e poi vattene!»
«Disorientato dai modi bruschi del vecchio, Kredo guardò la regina; la quale, con un cenno del capo, lo invitò a formulare la domanda.
«L’acqua del lago tornerà mai all’antico splendore?» chiese con enfasi Kredo.
«Se vuoi sapere se il lago tornerà a colmarsi; dillo chiaramente senza inutili fronzoli!» esordì scocciato. Prima di rispondere: «Credo di no! Ma potrei anche sbagliarmi, chi può mai sapere come intendono proseguire il gioco gli Dei?»
Kredo volse lo sguardo interrogativo su Skimè. Che capendolo, stringendosi nelle spalle esclamò: «Mezzoracolo, mezza profezia!»
«Scegli la parte che più ti aggrada… sperando sia quella giusta. E se non lo è… accontentati», aggiunse Mezzoracolo con fare fatalista, sorridendo maliziosamente.
Kredo non si perse d’animo. «Se il lago dovesse rimanere in secca, che fine farebbe l’umanità e l’intero creato?» chiese ancora.
Mezzoracolo si lisciò la lunga barba. «Uhm… difficile rispondere, forse il vecchio eremita potrebbe soddisfare la tua curiosità», rispose.
«E dove lo posso trovare, l’eremita?»
«Nel suo eremo. Dove altro lo vorresti cercare, in mezzo alla folla?» rispose in tono ironico Mezzoracolo, palesemente divertito.
Kredo sbuffò, sentendosi preso in giro reagì alterandosi: «Non son qui venuto per farmi insultare da te! Dimmi dove si trova l’eremo e facciamola finita?!»
«Penso, molto più su», rispose senza scomporsi, puntando l’indice in alto.
Kredo guardò nuovamente Skimè. «Mezzoracolo…» iniziò a dire lei.
Prontamente interrotta dal suo ospite, che completò spazientito la frase: «Mezza profezia… questo l’ho capito!»
«Se l’hai capito, puoi pure andartene!» sbottò Mezzoracolo, invitandolo senza troppi preamboli a lasciare la sua casa.
Scesi dal montacarichi s’incamminarono tra gli abeti. «Devo assolutamente parlare con l’eremita… Ma dove sarà ubicato il suo eremo?» si chiedeva Kredo, riflettendo ad alta voce.
«Domani ti accompagnerò da lui», buttò lì con noncuranza Skimè.
«Tu sai dov’è?» chiese sorpreso Kredo.
«So dov’è l’eremo, ci sono stata e ho parlato con l’eremita… e son certa che troverai molto interessante ciò che avrà da dire… Ma ora devi riposare, sarà una lunga e faticosa giornata quella che ti attende. Partiremo al nascer del nuovo Sole» rispose Skimè, indicando la propria dimora tra i rami di un imponente abete.

«Dormirai qui», disse Skimè, indicando un giaciglio nell’angolo lontano, nell’unico ambiente della dimora reale. Poi, indicando il giaciglio più grande dalla parte opposta, aggiunse, modulando sensualmente il tono: «O se lo desideri, là… accanto a me».
La proposta esplicita di Skimè sconcerò Kredo. «E’ di prassi offrire ai tuoi ospiti, oltre al giaciglio, anche te stessa?» le chiese, alzando un sopracciglio.
«Solo a quelli che mi affascinano», rispose Skimè. Poi, avvicinando le labbra alla bocca di lui, sussurrò: «E tu hai fascino da barattare», prima di baciarlo con trasporto.
Non attesero che il Sole calasse, prima di coricarsi… e non certo per riposare.

Rilassati e soddisfatti lasciarono il talamo, per rifocillarsi, quando il Sole era prossimo a cadere dentro il nulla ad ovest del creato.
«Stavo pensando a Mezzoracolo», iniziò la conversazione Kredo, mentre seduti su una stuoia consumavano l’abbondante cena.
«Deve averti colpito quel vecchio, se ancora lo rammenti», osservò Skimè.
«Sì, ma non favorevolmente», rispose Kredo. Poi, dopo aver bevuto dell’acqua, chiese a Skimè: «Secondo te, è un profeta, o solamente un ciarlatano?»
Skimè scosse il capo. «Quello che so, è che possiede, oltre alla sapienza umana, anche quella del maiale», rispose, sconcertandolo ulteriormente.
«La sapienza del maiale; questa mi giunge nuova!» esclamò lui, ridendo di gusto.
«E’ così!» sbottò risentita Skimè. Prima di spigargli che: «Quando la tribù fu costretta a riparare sugli alberi per sfuggire alle belve della foresta, si presentò un problema di difficile soluzione: dove sistemare gli armenti? Se li avessero messi in un recinto nel sottobosco sarebbero stati facile preda per lupi e orsi. Tra le tante proposte, l’unica percorribile si rivelò quella di rinunciare al bestiame di grossa taglia, per allevare pollame, capre e maiali sopra gli alberi, portandoli dentro casa da piccoli e lì farli crescere e ingrassare per poi macellarli sul posto. La famiglia di Mezzoracolo scelse di allevare un maialino che, dato lo spazio angusto, sistemò accanto alla culla del piccolo. La taglia del maiale crebbe celermente, come la sua insaziabile fame; sicché un bel giorno, dopo aver grufolato sul pavimento s’avventò sugli arti inferiori del piccolo e in men che non si dica li divorò sino alle ginocchia; le urla di dolore di Mezzoracolo, allarmarono la madre, che risalendo in fretta dal sottobosco riuscì a strapparlo dalle fauci del maiale prima che questi lo divorasse completamente. Fu così che il maiale trasmise la sapienza a Mezzoracolo», concluse in tono convinto e convincente, davanti allo sguardo inorridito di Kredo.
«E’ terribile! Agghiacciante! Ora capisco: quel pover’uomo non essendo più in grado di cacciare, per sopravvivere s’inventò la professione di oracolo.»
«Non lo so se è come dici tu. Quel che posso dirti, è che fu lui il primo che mi parlò dell’eremita», chiosò Skimè. Poi, non vedendo più lame di luce attraversare la foresta, si alzò, dicendo: «Sono stanca, vado a dormire».
Kredo si alzò a sua volta, la seguì e si coricò accanto a lei.
Non riusciva ad addormentarsi Kredo, l’agitazione per l’avventura che si apprestava a vivere glielo impediva; Skimè se ne accorse e gli chiese cosa lo turbasse.
«Ma se l’eremita l’hai già incontrato e sentito, perché invece che sfidare mille pericoli per arrivare sin oltre la foresta, non mi racconti quel che ti disse?» le chiese Kredo.
«E’ necessario che ascolti dalla sua voce e che veda con i tuoi occhi; è l’unico modo per avere a disposizione gli elementi necessari per decidere, insieme a me, quale sia la via migliore da percorrere.»
«Di questo si tratta… Ma se oggi non fossi venuto a consegnare il mais, cosa avresti fatto?»
«Ho implorato l’aiuto degli Dei, e loro mi hanno ascoltato. Dunque, non ha senso chiedersi ora come avrei agito… Cerca di dormire», rispose Skimè, ponendo una pietra tombale sull’argomento.

Quattro cacciatori armati fino ai denti accompagnarono Skimè e Kredo lungo il sentiero sin oltre le abetaie e poi ancora più su, fino a calpestare la nuda roccia.
«Ci siamo incamminati mentre il nuovo Sole emetteva il primo vagito, ora che ha quasi percorso metà della sua vita, siamo prossimi alle creste di confine del creato. Andando oltre cadremmo nell’orrido del nulla, insieme al Sole», osservò, esternando le sue paure, Kredo, lanciando lo sguardo poco più in alto, dove la roccia si perdeva nell’azzurro del cielo.
«Non temere, non arriveremo fin lassù», lo rassicurò Skimè, ormai prossima, aiutata da due cacciatori, a scavallare una piccola cresta. «Ecco, ci siamo!» esclamò, arrestandosi sulla cima.
Kredo, coadiuvato dagli altri due, la raggiunse e dopo aver respirato profondamente volse lo sguardo all’intorno.
«L’accecante bianco striato d’azzurro che vedi laggiù, è la riserva d’acqua che alimenta il lago», spiegò Skimè, indicando il piccolo ghiacciaio sul fondo di un profondo canalone. Poi indicò una roccia alla sua destra. «Ecco l’eremita, là, seduto fuori dalla sua grotta.»
Kredo, seguendo l’indicazione vide una figura umana, che indossando una tonaca di ugual colore si confondeva con il grigio della roccia.
«Voi aspettate qui!» ordinò Skimè ai quattro cacciatori.

«Che stai divorando con ingordigia, eremita?» chiese Skimè.
L’eremita con una mano si asciugò la barba grigia, rossa del sangue della preda, mentre con l’altra, mostrandola, rispose: «Serpe cruda, vuoi favorire?»
Mentre Skimè non si scompose, Kredo ebbe un moto di ribrezzo. Al che l’eremita la posò sopra una roccia, costatando laconico: «Non siete venuti per pranzare».
«No, siamo qui perché il condottiero del regno delle terre fertili, vuol capire sino a quando le potrà ancora coltivare», disse Skimè, indicandolo.
«Per molto meno tempo di quello delle più funeste previsioni», rispose l’eremita, facendo gelare il sangue nelle vene di Kredo.
«Da cosa deriva questa tua certezza?» chiese allora Kredo.
L’eremita sgranò gli occhi. «Dall’aver percorso il creato in lungo e in largo!» Poi, alzandosi dalla roccia, indicò l’est e iniziò a spiegare: «Cominciai il mio errare camminando sin oltre il deserto per vedere e capire di che materia era fatto il nulla… e dopo il deserto, sorprendentemente non fui risucchiato dal nulla opprimente, ma bagnai le mie stanche membra dentro un immenso lago d’acqua sapida», l’eremita intendeva: salata; ma non avendo sino ad allora visto il mare, assaggiandola la trovò troppo saporita per poter dissetare. «Se il nulla non è qua, allora dev’essere di là, mi dissi; e tornando sui miei passi arrivai sin quassù».
«Dove trovasti il nulla», commentò Kredo.
«No! Trovai altro creato», precisò l’eremita.
«Non comprendo: se non è né di qua e nemmeno di là… dov’è finito il nulla?»
«Nella tua e in altre teste che non sanno vedere oltre il loro naso!» esclamò, puntandogli l’indice in mezzo alla fronte.
«Che fai, offendi pure tu, ora?!» sbottò Kredo. Poi lo sfidò. «Le tue parole, e la tua mente, hanno la consistenza rarefatta dell’aria che respiri! Dimostra ciò che vai affermando, se puoi farlo!»
L’eremita non si scompose, indicando la cresta della vetta più alta, replicò con tono pacato: «Vai lassù, getta lo sguardo oltre la tua colpevole ignoranza, se trovi il coraggio di farlo. Perché se non ti apri al sapere, per la tua gente non potrà esserci nessun domani».
Kredo, punto sul vivo, gonfiò il petto inspirando profondamente, prima d’incamminarsi con passo svelo in direzione dell’ultima cresta.
Impiegò una ventina di minuti per raggiungerla, ma quando, spaventato, provò a guardare oltre, non poté trattenere l’entusiasmo: «Meraviglioso! Grandioso!» e la eco della sua gioia, rimbalzando tra le rocce si sparse in ogni dove.
Rimase immobile, per un tempo indefinito ad ammirare ciò che non avrebbe dovuto esserci, chiedendosi dove fosse finito il nulla; poi tornò sorridendo sui propri passi.
«Un grande lago, un altipiano verdissimo che abbraccia l’intero sguardo… No, non può essere questo il nulla», spiegò entusiasta.
«Te lo dissi che il nulla è patrimonio delle menti deboli», gli rammentò l’eremita. Poi indicò il ghiacciaio e proseguì: «La riserva d’acqua è in via d’esaurimento. Vedi quelle rocce lisce molto più in alto?» Kredo annuì. «Molto tempo fa la riserva d’acqua arriva sin lì, se no più in alto… e il torrente che ora fatica ad alimentare il lago nel regno di Skimè, correva impetuoso sin oltre le vostre terre per andare a gettarsi nell’immenso lago sapido. Attraversando il deserto ho scoperto una profonda depressione, una lunga ferita, quel che resta dell’antico letto di un grande torrente. I miei calcoli, seppur empirici, dicono che questa piccola riserva si esaurirà prima della tua, della vostra generazione».
«Il nostro destino è dunque segnato… la vita, il creato son destinati a sciogliersi nel nulla», rifletté apatico Kredo.
«Il creato è immensamente più grande del granello di sabbia che noi abbiamo calpestato… Tu e lei, unendovi potete ridare speranza alla vostra gente», s’infervorò l’eremita, cercando di scuoterlo.
«La speranza serve a poco, se non sai dove sbattere la testa», obiettò sconfortato Kredo.
«Di là dalle montagne!» esclamò l’eremita, indicandole. «Dovete sbattere la testa!»
«Dovrei riunire la mia gente: giovani, vecchi e bambini e condurli sin quassù e poi ancora oltre… Non ce la faremo mai!» sentenziò Kredo.
«No, da solo non ce la farai, ma se unirete la vostra gente, avrete una seppur piccola probabilità di riuscirci. I nerboruti cacciatori di Skimè aiuteranno gli altri a superare gli ostacoli, li difenderanno da lupi e orsi. Poi, raggiunta la Terra promessa, torneranno a cacciare, mentre i tuoi contadini coltiveranno la terra; e i frutti del lavoro dell’uno e dell’altro, spartirete con gioia e nessun’invidia», concluse ieratico l’eremita.
L’imbrunito Kredo guardò negli occhi Skimè. «Riuscirai a convincere la tua gente?» le chiese.
«Ci riuscirò!» confermò sicura Skimè, illuminandosi d’un radioso sorriso.
«Ce la farò anch’io», replicò Kredo, rasserenandosi.
«Leggo amore nei vostri sguardi; buon segno, un ottimo inizio, la vostra unione sarà d’esempio alle vostre genti per fondersi in un’unica tribù», chiosò l’eremita.
Kredo e Skimè annuirono felici; poi, dopo aver salutato e ringraziato l’eremita, tenendosi per mano scesero a valle.

Chissà se le tribù di Skimè e Kredo raggiunsero la Terra promessa… Ma essendo io qui a narrare la loro epopea, propenderei per il sì.

FINE


- La regina delle terre sommerse - testo di vecchioautore
0